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K2 - Il sogno, l'incubo PDF Stampa E-mail
Scritto da Doriano Rasicci   

Mountain Freedom K2 - Sogno e incuboIl sogno, l'incubo…

Non è facile scrivere e commentare un’impresa che di per sé ha sempre un sapore epico.
Ormai dal lontano 31 Luglio del 1954, quando per motivi poco legati alla montagna e molto alla propaganda politica noi italiani ci siamo legati indissolubilmente a quello spicchio di globo, a quella piramide da qualcuno definita perfetta che risponde al nome di K2, tante altre imprese si sono ripetute all’ombra della prima. Come per inseguire l’impresa memorabile di allora , quasi per rimarcare l’appartenenza nazionalistica di quella conquista o per voler sconfiggere i fantasmi che quella conquista ha trascinato con sé siamo tornati di nuovo, muovendo un carrozzone mediatico di notevoli dimensioni su quella vetta. “Siamo” inteso come italiani, dove la connotazione nazionalistica va ben oltre il vessillo da porre sulla cima.
Già nel 2004, anno della commemorazione del cinquantenario della conquista della seconda vetta del mondo, noi italiani abbiamo corso contro altri italiani nella celebrazione dell’evento. Ben due enormi spedizioni si sono mosse indipendentemente senza trovare sinergie e in competizione tra loro, entrambe centrando l’obiettivo, ma macchiando, come nella prima e ancora una volta, quelle nevi di polemiche.
E proprio nel 2004 nacque un nuovo progetto per la conquista del K2, appunto il progetto Mountain Freedom 2007 di cui si sta parlando.
Promotore di questo progetto è stato il capo spedizione, Daniele Nardi che non ha nascosto il desiderio di voler essere il primo alpinista “non del nord” a scalare il K2. Daniele ha messo insieme un quartetto di alpinisti, di cui uno solamente, Mario Vielmo con un curriculum degno dell’impresa. Gli altri compagni associatisi al progetto sono stati Stefano Zavka, che tre anni prima non riuscì a raggiungere la vetta con una delle due spedizioni già menzionate e Michele Fait grande scialpinista ma a sua stessa detta, non amante della scalata in senso stretto se non con l’obiettivo della discesa sugli sci (??!!).
Gli altri compagni di spedizione sono stati il giornalista sportivo Marco Mazzocchi che doveva dare il giusto taglio giornalistico sportivo all’avvenimento, da sfruttare per una corretta stesura della trama filmica e Claudio Tessarolo giornalista addetto all’ufficio stampa.
A tal punto il taglio di questa relazione è già molto evidente e sinceramente trovo una grande difficoltà a dovermi esprimere negativamente su una impresa che è e rimane epica comunque, soprattutto alla luce delle mie modeste esperienze appenniniche. Dal film che ne è scaturito si denota una passione per la montagna, da parte dei partecipanti, poco intimista e molto urlata per fini propagandistici, economici, spettacolari.
Tutto era racchiuso nell’arrivare a compimento della missione, per gli sponsor, per lo spettacolo, per essere il primo “meridionale” a farcela o per essere il primo a scendere il K2 con gli sci.
Ho visto e rivisto tante volte il film cercando un motivo, a parte le suggestive immagini di quelle creste impossibili, per giustificare l’intero progetto. E non l’ho trovato.
La spedizione mi è sembrata basata su poca esperienza e su molta arroganza. Mi sono chiesto se davvero i quattro scalatori avessero la giusta esperienza per cimentarsi nell’impresa di montagna da sempre riconosciuta come la più pericolosa, e se fossero davvero il gruppo omogeneo che in queste occasioni è fondamentale essere.
Io credo di no, io credo che ci sia stata tanta voglia di cimentarsi ma senza davvero la giusta preparazione. Tutto è sembrato affidato alla caparbietà del singolo, alla voglia di salire e di essere tra i pochi ad avercela fatta. A poco sono servite le tante dichiarazioni di cui il filmato è pieno sulla giustificazione del “momento perfetto” , del raggiungimento della vetta. Molta filosofia, anche molta poesia, ma davvero poca pochissima razionalità.
A guardare e riguardare il filmato, oserei dire che il dramma della morte di Stefano sia stato solo un doloroso ma prevedibile atto; e forse bene è andata che solo Stefano abbia pagato il tributo di tanta arroganza . Nel film ho solo sentito procalmi di guerra, intenzioni ardite dove il fallimento non era contemplato. Nel film si aveva paura a parlare di morte, di rischio, di tributo che il K2 come nessun’altra montagna chiede con estrema puntualità.
E’ sembrato come se ci fosse un motivo sopra la passione, l’interesse e le stesse vite degli alpinisti a muovere la trama del film. Lo spettacolo? Gli sponsor? Il dubbio mi rimane tutt’ora.
La mia domanda rimane fin dalla prima visione del film sempre la stessa: perchè nonostante tanta letteratura in proposito, tante regole scritte , urlate, ormai sancite da tanti fallimenti di molte imprese cimentatesi sugli 8000, perchè Vielmo e Zavka sono saliti in vetta additittura 4 ore dopo il fatidico limite del non ritorno? Perchè il capo spedizione non ha sancito una regola che valesse per tutti e cioè che se entro una certa ora non si fosse raggiunta una certa quota non si doveva procedere oltre? Perchè chi era rimasto al campo base, con la mente non annebbiata dall’aria rarefatta dei 7000 metri, invece di farsi riprendere dalle telecamere in continui drammatici richiami radio solamente spettacolari con l’unico obiettivo quello di far crescere il pathos dello spettacolo, non ha urlato, ordinato la necessità dell’immediato rientro ai campi alti? Perché nonostante fossero in possesso di ben 7 radio non si fosse obbligato Stefano a portarsene una dietro, proprio lui che tre anni prima, quando in tanti raggiunsero la vetta, dovette arrendersi di fronte alle difficoltà degli ultimi difficilissimi metri sopra gli 8000? Insomma tante domande e un solo unico denominatore. Spettacolo e sfruttamento della passione, dell’ingenuo protagonismo ( e per professionisti della montagna è comunque una colpa) e della sete di gloria degli attori principali.

Everest da Il film?
Direi che anche il film è stato un brutto esempio di spettacolarità; più che il documentario sulla difficile permanenza in quota e sulle difficoltà alpinistiche oltre i limiti consentiti agli “umani” è sembrato di dover vedere raccontate le impressioni di uno scolaretto nel primo giorno di scuola, o meglio le emozioni, le prime, sconosciute e anche goffe impressioni d’alta quota di un famoso  mediatico ) giornalista RAI. ( Il piglio spettacolare della conduzione mi ha ricordato una vecchia edizione dell’Isola dei Famosi di Mazzocchiana memoria !!! )
Dove erano gli spunti per far conoscere la storia, la geografia, la società di quei posti ai confini della civiltà? Dove erano le organizzazioni civili del posto, dove erano le storie della gente locale, dove era l’anima di quei popoli? Dove erano le inquietudini degli scalatori uomini, di fronte ai loro limiti? Di fronte a quell’impresa che per uno di loro ha segnato il limite ultimo?
Dove erano le ansie umane di fronte all’incognito? Chi ha capito cosa si prova nel salire di quota, nel sentire l’aria che manca? Chi ha capito cosa ha provato Mazzocchi nella sua crisi al campo base al di là del sua “eroica” gestione del momento? Chi ha capito lo stato d’animo di chi è tornato per la mancanza del compagno? Ma lo spettacolo si era compiuto, le quinte si stavano già chiudendo, in fondo il tributo pagato ha reso ancora più epica e drammatica l’impresa!!
Il film è stato in frutto di tutti questi momenti ma senza entrare dentro uno dei tanti; solo una celebrazione altisonante dell’evento, un racconto. Evento che visto l’approccio quasi dilettantistico che ha dimostrato doveva avere un taglio più discreto, interiore, quasi personale. Tutte le estati innumerevoli spedizioni si cimentano in questa impresa e tutte lasciano dei segni e delle esperienze. Di questa esperienza l’insegnamento che rimane è che a certe quote, a certe imprese l’uomo deve sempre avvicinarsi con rispetto e discrezione. E’ bellissimo pensare all’uomo come all’essere ardito che sfida i propri limiti, come all’essere che ha sete di conoscenza ; è desolante invece pensare all’uomo come l’essere che ha solo sete di gloria. Perché di questo si è trattato in questa vicenda, solo di gloria personale. Questa avventura si è basata solo su una smisurata sete di gloria peronale e sulla necessità di creare spettacolo a tutti i costi.
Mi viene in mente il concetto del “punto di non ritorno”; per gli alpinisti è un concetto un pò teorico legato al’ora della giornata e all’altezza raggiunta oltre gli 8000 metri, in molti casi, per fortuna, risultato non assoluto. In questa impresa il “punto di non ritorno” è sembrato essere il momento in cui gli sponsor avevano ormai dato fondo agli investimenti . Da quel momento in poi non si poteva tornare indietro, nemmeno di fronte al maltempo, di fronte al malessere provato dal capo spedizione lo stesso giorno dell’attacco.
Chissà se i protagonisti di questa storia avevano letto l’ormai best seller di Ed Viesturs – “In vetta senza scorciatoie” – e chissà se avevano riflettuto sul concetto bene espresso dall’autore alpinista secondo cui l’arrivare in vetta è opzionale mentre ad essere obbligatorio è il ritorno a casa?
Daniele Nardi forse no, il povero Stefano Zavka nemmeno.
Il prossimo anno altre spedizioni si cimenteranno di nuovo in questa impresa. Altre spedizioni compiranno i soliti maledetti errori. Altri tributi di vite saranno consumati.
Speriamo che almeno, se proprio si deve, vengano documentati con più umanità e con più umiltà.

 
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